Mi sono mangiato i Caraibi. Ossia, resoconto semiserio di una settimana al Vetriolo nelle Lesser Antilles.

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Immaginatevi lo sconforto di chi va per lavoro nei Caraibi e l’unico contatto che ha con l’acqua tiepida e trasparente che lambisce quelle isole spettacolari è con una mano, per sbaglio.

Da questa e un paio di altre motivazioni (una su tutte l’epidemia di tosse che ha colpito tre quarti dei Francesi sul volo “lungo”, quello da Parigi – 9 ore filate) deriva la narrazione dei fatti gastronomici che segue.

E no, decisamente, non si mangia bene nei Caraibi, a parte alcune SPETTACOLARI distinzioni.

Ma andiamo con ordine.

Parto da Malpensa e la giornata inizia presto (ci sarebbe da parlare anche del “furto con scasso” subito dal ristorante di un albergo vicino all’aereoporto, ma magari un’altra volta), ma presto davvero: ore 6 in piedi operativo. Salto la colazione da 15 € (che per 15 € a Malpensa, me la devi portare a letto, intrattenendomi con simpatici numeri da mimo, altro che cappuccino e brioche).

Salterò la fase dei voli, salvo specificare che a bordo di Corsair le hostess parlano (praticamente) solo francese e la trovo una cosa un po’ offensiva verso i “bidet-dotati”. E si mangia piuttosto malissimo.

L’arrivo a Saint Lucia, la prima delle due isole che ho visitato, è in tarda serata. Un breve incontro con i partner del progetto che dovrò seguire (è con la FAO e riguarda gli agricoltori locali, una vera ficata) e poi la cena.

E inizio a capire che non sarà una passeggiata di salute. Il mio collega, già esperto conoscitore della zona, mi spiega che non si mangia tanto bene, la carne (per lo più di maiale) è spesso “condita” con panna, creme varie, oltre alle spezie (e va beh, quelle son buone, solo usate con un po’ di abbondanza, eufemisticamente parlando). Il pesce? Pure! (salvo una volta di cui parlerò dopo).

Per quelli che pensano che io mi lamenti per non far capire ai colleghi quanto siano fighi i Caraibi:

Una piccola nota di merito la solleverei per i gamberi. Sono quasi sempre buoni, sempre un po’ mistificati da cocco, lime, odore di gas (perchè fanno una specie di barbeque ma su fornelli a gas…e si sente). Ma il risultato è spesso soddisfacente…solo che ne ho mangiati una valanga e ora sono un grumo di colesterolo.

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Ad ogni modo, anche i gamberi non viaggiano mai da soli e se l’insalata mista è sempre buona e piacevolmente fresca, il riso coi fagioli che accompagnano quasi a tutto è invece piuttosto orrendo, devo ammetterlo.

Tra i cibi marini, non necessariamente pinneggiati, la Queen Conch non è affatto male. Non andatela a cercare su google, però, o difficilmente la mangerete. L’avete fatto? Avete visto anche il video di quando una cuoca di strada pulisce quel lumacone pantagruelico? Siete sopravvissuti? Allora siete pronti, io l’ho presa sautee (ed era solo un po’ salatina, ma molto molto buona, al Mangoz in Saint Vincent):

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Avevo promesso, però, di parlare di una serata di pesce (pesce vero eh, non crostacei, molluschi, lumachiformi, ecc.) andata particolarmente bene. E lo faccio. Mi sono spazzolato un otto-nove etti di Dentice Rosso Atlantico, cotto al vapore con julienne di zenzero e lemongrass. DELIZIOSO, semplicemente. E vi dico pure dove andare per avere la mia stessa esperienza: il ristorante si chiama Four Shell, sembra il circolo Arci proprio dietro la vostra parrocchia, tovaglie di nylon, tavoli e sedie scompagnati…ma amici, si mangia alla grande e si spende una belinata (per il megadentice riportato sotto, ho speso 14 €).

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Tolta questa perla dei Caraibi, però, negli altri locali abbiamo incontrato un pout-puorì di sapori, spezie, creme, salse, aglio, ancora un po’ di spezie, carne, pesce, spezie (le ho già nominate?), dasheen (nella nostra lingua diventa “Taro”, è un tubero che assomiglia vagamente nella forma al sedano-rapa, ma dal gusto un po’ anonimo) e altre amenità, con un po’ di spezie…quindi, per tirare sul il morale alla truppa, lasciatemi introdurre la vera nota lieta del viaggio.

Sua Maestà, anzi Her Majesty, LA FRUTTA CARAIBICA.

E mollala, proprio.

Chi segue i social di Insalata di Vetriolo (lo fate tutti, vero?) ha già avuto qualche “assaggio” fotografico, ma voglio raccontarvi qualche dettaglio in più. Salto le parole che potrei spendere sul Mango, perchè lo sanno tutti che sono di parte e LO ADORO (sono buonerrimi qui, garantisco io). Comincio, invece dalle Banane: ho imparato una cosa fondamentale che voglio condividere con voi. Le banane vanno LAVATE: sono coperte di pesticidi, che i locals usano a manate, senza tanta attenzione verso il “Bio”. Anche perchè, dopo uno degli ultimi uragani che hanno disintegrato intere piantagioni, per esempio a Saint Vincent la produzione è crollata del novanta per cento…NOVANTA PER CENTO…NOVANTAPERCENTO!!! Quindi, vale tutto pur di resistere, e mi hanno consigliato di dare una bella sciacquata al dolcissimo frutto (buone così, le avevo mangiate solo in Africa) prima di consumarlo.

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Ho mangiato la Carambola più buona di sempre, non me ne vogliano in Italia ma le precedenti esperienze erano paragonabili all’assaggio di un supporto per la coibentazione, un po’ umido. Quella mangiata a Saint Vincent era dolce e asprina, croccante. Una delizia. E così pure il Maracuja, MONDIALE (che sembra il frutto della passione, ma è un altro frutto, più grossino e godereccio).

Grazie al mio collega Davide ho scoperto la Guava (o Guaiava, ma è più difficile da dire) ed è immediatamente diventata uno dei miei frutti preferiti, è una bontà unica.

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Fermandoci in una spiaggia di Saint Vincent (ma non una a caso, la spiaggia nera vulcanica di Wallilabou Bay dove hanno girato un botto di scene di “Pirati dei Caraibi”) ho assaggiato la Waxapple, in italiano Melarosa, rigorosamente tutto attaccato. Una sorta di mela, con la consistenza di un peperone, e un sapore veramente intrigante. Appena sciacquata nell’acqua di mare…UNA FICATA.

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E sempre grazie a Davide (e ad un autista silenzioso ma gentile), ci siamo fermati in una strada di campagna per comprare qualche cocco fresco. Ammetto che mai prima di quel giorno avevo avuto la possibilità di mangiare il fresh coconut, avevo sempre usato la versione pre-Bounty, da spiaggia..sì il “coccobbello”. Ma manco paragonabile a quello fresco. L’acqua, più o meno un litro per frutto, è buona, delicata, fresca e…fa benissimo. Mal di stomato? Acqua di cocco. Sbronza con visioni mistiche a sfondo religioso da smaltire? Acqua di cocco. La suocera ti fa incazzare? Acqua di cocco, che non serve a niente con la suocera ma almeno ti da gusto.
E poi la “Jelly“, ossia la polpa, non ancora seccata, che ha la consistenza di una gelatina compatta. Dolce, saporita e rigorosamente da mangiare con una spatola ricavata dal guscio esterno del cocco. Ragazzi, uno spettacolo.

Approfittando dell’esperienza (in Saint Lucia) appena descritta del cocco-di-strada, vi vorrei parlare, appunto, del vero cibo Caraibico. Non temete di addentrarvi nell’interno delle isole (salvo alcune un po’ più criminalizzate, ma almeno Saint Lucia e Saint Vincent sono serenissime). Andate a infilarvi nelle “locande”, mangiate quel che mangiano i locals, mischiandovi, facendo domande, magari offrendo una birra a chi ha difficoltà a comprarsela. Il Roti (una sorta di risposta caraibica al Kebab) è buonissimo (se non esagerano col curry) e pollo fritto e patatine mangiati di fronte a una piantagione di banane, o con vista sui Pitons (i monti di Saint Lucia) non hanno prezzo. La pannocchia abbrustolita sul barbecue di fronte al carcere di Saint Vincent ha un chè di film poliziesco. Notevole. E raccogliete (magari facendovi consigliare, per evitare di legarvi i denti per tutta la vita) il frutto del tamarindo direttamente dalla sua pianta, acidino e saporitissimo, tantarrobba.

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Chiudo con la nota veramente negativa del viaggio (oltre al fatto che sia finito): la cosa più cattiva assaggiata in un albergo che non nominerò a Saint Lucia. La cheesecake che vedrete rappresentata sotto era un abominio, acida oltre l’immaginabile, con una glassa di cioccolato zuccherina da carie immediata. Insomma, impresentabile. L’abbiamo mangiata per fame da viaggio, credo, la prima sera a mezzanotte. Era il 31 Marzo. L’ho digerita stamattina presto.

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Il mio consiglio finale? Andate nei Caraibi ma non fermatevi alle splendide spiagge (lo so, c’è anche dell’invidia nelle mie parole, visto che io non ho fatto nemmeno un bagnetto). Andate nell’interno, fate giri fuori rotta turistica, lasciatevi trasportare dai sorrisi della gente, cercate di entrargli nel cuore (ed è facile davvero). Sarà un’esperienza totale.

 

E poi mi dite.

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